Come non sprecare farmaci

Come non sprecare farmaci. Per ottemperare al “civil suggerimento” riposto nel titolo, sconsiglio innanzitutto il cosiddetto “fai da te”, in ambito farmacologico. Nonostante si faccia sensibilizzazione e informazione e se ne riconoscano i potenziali svantaggi, questa pratica, purtroppo però, risulta essere ancora troppo diffusa in Italia. Un controsenso enorme, se riflettiamo, che comporta notevoli sprechi e problematiche spesso non risolte o addirittura aggravate, con conseguente ulteriore impiego di farmaci più consoni e risolutivi. Pienamente convinti che la buona informazione (come dico sempre), non è mai troppa, in questa pagina vengono date motivazioni e alcuni utili suggerimenti per abbattere lo spreco farmacologico.

Come non sprecare farmaci (foto M. Cuomo - www.nonsolorisparmio.it)

Se ci si ritrova dinanzi ad una affezione non conosciuta, anziché chiedere in famiglia o al conoscente di turno, che pur non avendo qualifiche, dispenserà comunque il suo immancabile “consiglio”… è sempre bene recarsi o quantomeno chiedere un parere al medico di famiglia (faccio un inciso, se questo primo, semplice consiglio, venisse preso alla lettera, con ogni probabilità la problematica dello spreco potrebbe essere risolta bene e definitivamente sin da subito con una cura mirata e su misura).

Statisticamente è infatti provato che l’assunzione inopportuna di un farmaco o di uno “pseudo-farmaco”, non solo non sortisce alcun giovamento, ma potrebbe rivelarsi controproducente e dannosa, permettendo il progredire della stessa affezione per la quale si era ricorsi alla medicina. Non entrando nel merito, dell’indiscriminato abuso che sovente si fa di alcuni farmaci (ad es. degli antibiotici che nel tempo possono sortire resistenze batteriche), o del potenziale dannoso contenuto in altri farmaci (che si sa, una ne curano e cento ne “scassano”), ma soprattutto non volendo impelagarmi in sterili discussioni sulla presunta validità della costosa omeopatia (non avendo trovato nulla a tema sul portale del “Ministero della Sanità“.

Se volete approfondire quest’ultima tematica vi rimando alla lettura della nota che pongo in calce al presente articolo, tratta integralmente da wikipedia¹), quest’oggi, limitandomi al tema proposto, aggiungo: riflessioni, info e alcuni interessanti consigli reperiti su nonsprecare.it, utili ad abbassare gli sprechi causati da una cattiva gestione dei farmaci.

“Ogni anno si getta nel cestino della spazzatura, in media, un chilo di medicinali e ciò, oltre a generare rifiuti inutili e dannosi per l’ambiente, comporta anche un altro spreco e cioè lo spreco delle risorse idriche utilizzate per la loro produzione. I dati dei consumi idrici legati alla produzione di farmaci in Italia sono stati resi noti per la prima volta dall’ISTAT in occasione della giornata mondiale dell’acqua 2016 e dicono che nel 2012 per produrre 395.912 tonnellate di prodotti farmaceutici sono stati consumati ben 40 miliardi di litri di acqua. Ora ne consegue che per produrre il chilo di medicinali (che mediamente ognuno getta nella spazzatura in un anno) occorrono circa 100 litri di acqua e questo spreco potrebbe essere evitato seguendo delle semplici regole su come non sprecare farmaci:

  • Comprare solo i farmaci necessari, evitando di fare scorte di più confezioni dello stesso medicinale.
  • Preferire confezioni ridotte, se disponibili.
  • Portare al medico la lista dei farmaci che si hanno in casa affinché egli possa valutare la possibilità di utilizzarne qualcuno già disponibile.

In Italia, purtroppo, siamo abituati a sbarazzarci con troppa facilità di farmaci che sono ancora utilizzabili. Ciò comporta uno spreco doppio: da un lato, infatti, si getta alle ortiche una montagna di denaro pubblico utilizzato per pagare medicinali che nessuno utilizzerà; dall’altro bisognerà mettere in conto gli alti costi di smaltimento. Risolvere il problema non è cosa impossibile, ma serve la collaborazione di tutti… Nel nostro Paese esistono delle associazioni come il Banco Farmaceutico che recuperano i farmaci in via di scadenza e li assegnano alle associazioni caritatevoli che ne hanno bisogno. Eviteremo così di buttare farmaci ancora buoni e i costi del loro smaltimento e, soprattutto, aiuteremo chi non ha un accesso così facile ai medicinali”.

A chiusura di articolo e nell’ottica di non sprecare i farmaci e di risparmiare così risorse e soldi, malamente sperperati, ripropongo la lettura dell’articolo “Come conservare i farmaci” e la stampa e l’utilizzo della utilissima tabella “scadenzario farmaci“, che vi permetterà di tenere sempre sotto controllo la cassetta di pronto soccorso di casa e tutti i farmaci in essa contenuti.


Note:

1. Traggo questa nota da wikipedia, ritenendola “super parte“, in una discussione che da anni sembra non trovare soluzione (per i contenuti estrapolati, non me ne vogliano gli amici che credono e praticano l’omeopatia):

L’omeopatia (dal greco ὅμοιος, simile, e πάθος, sofferenza) è una pratica di pseudo-medicina basata sui principi formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann nella prima metà del XIX secolo. La validità dell’omeopatia non è mai stata dimostrata mediante esperimenti o ricerche. Gli studi condotti in base ai principi della scienza medica ne hanno viceversa dimostrato l’inefficacia. Il ricorso a prodotti omeopatici è potenzialmente pericoloso per la salute nella misura in cui può spingere i malati ad abbandonare o ritardare terapie mediche di comprovata efficacia. Alla base vi è l’indimostrato “principio di similitudine del farmaco” (similia similibus curantur) enunciato dallo stesso Hahnemann. Si tratta di un concetto privo di fondamento scientifico, secondo il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia sarebbe dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata. Tale sostanza, detta anche “principio omeopatico”, una volta individuata viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita; la misura della diluizione è definita dagli omeopati “potenza”. Allo stato attuale, nessuno studio scientifico pubblicato su riviste mediche di valore riconosciuto ha potuto dimostrare che l’omeopatia presenti, per una qualsiasi malattia, un’efficacia clinica che sia superiore all’effetto placebo. Inoltre l’omeopatia viene rifiutata dagli scienziati per la sua debolezza teorica (cioè l’incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche) e per la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento. Per l’insieme di queste ragioni l’omeopatia è stata definita una pseudoscienza.
L’opinione non dimostrata degli omeopati, contraria all’evidenza scientifica in campo chimico, biologico e farmacologico, è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provocherebbero una riduzione dell’effetto farmacologico, bensì un suo potenziamento. In realtà le diluizioni usate nell’omeopatia sono tanto alte da rendere il prodotto omeopatico semplicemente composto dall’eccipiente usato per la diluizione (acqua o zucchero o amido o altro solvente). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’omeopatia non è una cura e non apporta alcun beneficio. Uno studio australiano condotto nel 2014 non ha riscontrato in essa alcuna efficacia superiore al semplice effetto placebo”.

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